Chuck e Pala nemiciamici
sabato, 22 marzo 2008, 21:21 - Prose spinose
Ho sempre le intenzioni migliori, all'inizio. Entro perchè voglio un libro che mi mostri la vita come potrebbe essere se fossi veramente coraggioso e un po' fortunato. E' chiaro che salto Fabio Volo, a me uno che mi spiega che la mia vita fatta di voli low cost è giusta e ganza così non mi deve parlare proprio. Stai sul tuo scaffale.
Se c'è so che devo cercare il settore narrativa di viaggio. Perchè in quei viaggi vitali c'è il bello e il brutto, e so che l'emozione di quei passi è proprio quello che vorrei, vorrei farmici portare via.
Ma spesso non sono fortunato.
Finisco sugli scaffali di Chuck. Il nichilista. Quello che ti avverte quasi sempre che se continui a leggere ti verrà da vomitare. Se non posso prendermi l'emozione onirica che mi risveglia per la bellezza; bhe se non trovo il mio libro di viaggio allora prendo questo. Si signorina, mi dia pure lo scrittore specializzato nel prendere a calci nelle palle i suoi lettori. Palahniuk. Alla fine per smuovere l'inerzia emozionale di questi tempi mi affido a te, senza fiato e da leggere lontano dai pasti.
In attesa di tempi migliori.
Ah, e se avete letto tutto di lui, provate Scerbanenco. Calci nello stomaco d'altri tempi.
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Libri pericolosi
sabato, 1 luglio 2006, 13:58 - Prose spinose
Ci sono libri pericolosi. Non dico che ti possano saltare addosso e mangiare, come quelli di Harry Potter, anzi per essere un filo più direi come quelli del racconto di Benni, i libri alchemici. No: sono pericolosi perchè quando ci passi davanti ti viene l'irrefrenabile impulso a prenderli in mano, aprirli a caso, e leggere qualche passo. Sono libri tentatori ed infidi, che dovunque tu li apra sai subito antefatto e conseguenza, contestualizzi il passo in un nanosecondo, tante volte li hai letti. Il peggio è quando fai ancora un passo verso destra, estrai un piccolo bicchiere ed un amaro forte, e col tuo rinforzino esci sul balcone, libro sotto braccio. Praticamente ormai il libro ti ha rapito, ha chiamato in aiuto il suo collega alcolico, con premeditazione ti conducono in un altro posto, dove resterai per un paio di vite. Ecco questo di solito succede di inverno, e di solito i libri sono un po' tetri e pessimisti, un po' meditabondi ed introspettivi, quindi a parte un poco di depressione ed un alcolismo incipiente niente di male, tutto sommato si tira avanti.

D'estate succedono le cose più inquietanti. Nella stagione del calore, non solo ormonale, i libri si danno il cambio, e a me pare che si muovano sugli scaffali, vedo chiaramente kierkegaard che fa due passi indietro ed allende spinge piano piano in avanti kerouac e bettinelli. Sono bastardi questi libri. Mi suscitano odio nelle giornate sbagliate. Sono capaci di fare harakiri e tuffarsi da scaffali altissimi pur di farsi trovare, una volta “on the road” mi è caduto in testa con cattiveria. Un rimprovero: LEGGIMI! LEGGIMI! I più subdoli sono capaci di strisciarti nella borsa del lago poco prima che tu esca, e durante il viaggio buttano fuori il quotidiano ed i settimanali. Urlo di dolore mentre strisciano sull'asfalto rovente. Questo è un po' inverosimile, potete anche non credermi, ma io sono convinto che l'estate scorsa un libro di bettinelli mi abbia ordinato una birra ghiacciata, convinto che non mi lasciassi prendere abbastanza dalla lettura.

Infine non puoi tirarti indietro e prendi in mano questi libri irruenti. Li hai già letti almeno un paio di volte, qualcuno ti ha cambiato la vita, qualcuno ci ha solo provato. Ecco questo dipende dall'età. Se ti beccano nell'età giusta possono cambiarti la vita. Quando sei piccolo piccolo ti accontenti di Brizzi, poi cresci e passi a De Carlo, adesso c'è kerouac che mi sta facendo il filo. Parole che cercano di convincerti che la beat generation è un modo di dire, ma puoi non chiamarla e fare le stesse cose. Sento che ormai sono sconfitto, ha vinto, datemi la mia birra ghiacciata, la mia amaca assolata, perderò ancora il senno per quella strada, sognerò ancora di poter scegliere.

Ok, ok, pensavo di finire così, ma non si capisce il concetto più importante: che i libri estivi sono più pericolosi di quelli invernali. Dicevo, male che ti vada di inverno ti deprimono un po', ma del resto chi non è depresso di inverno? D'estate invece sei li, sempre incazzatissimo e potentissimo nell'agire, con una sorta di molla interiore che sembra sia caricata ad energia solare. D'estate c'è pure il rischio che i libri ti facciano fare cazzate tipo partire e non tornare tanto presto. Questi libri bisogna tenerli recintati, fargli intorno un guantanamo mentale ed osservarli. Adesso dico una cosa di gusto discutibile, ma la metafora rende il concetto, ne vale la pena. Dopo che hai messo tutti questi libri nel “x-ray camp”, quello dove le pareti delle celle solo in rete metallica, li controlli tutti i giorni, non li fai scappare in giro per il tuo cervello con le loro idee pericolose, bene dopo che hai fatto tutto questo c'è pure il rischio che questi libri si tuffino nella scolorina, insomma che si deprimano loro e si accoppino. Quando si sono accoppati tutti penso che sei un ingranaggio perfetto per non-produrre. Forse quindi meglio lasciargli l'ora d'aria, che non si ammazzino. Ok, io ci provo, ma non so mica se siano sufficienti le feste della birra ed il rototom, e poi forse qualcuno si è già ammazzato.

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Laura vs Barbara
venerdì, 23 giugno 2006, 10:19 - Prose spinose
La lauri combatte i barbari come Baricco su repubblica, e poi lei è anche antesignana delle parole del famoso. Oggi il famoso su repubblica pubblica la nuova puntata del suo romanzo d'appendice sui Barbari e parla proprio del villaggio dei libri. E io comincio a leggere e nelle prime parole ci trovo proprio quello che dice la sagace laura, che i Barbari hanno invaso anche il villaggio dei libri, uno che di per se dovrebbe essere fortificato e trovarsi su montagne impervie e di difficile accesso a questo popolo di calciatori e vallette prone. Invece no, l'invasione gli riesce bene anche li. E non si accontentano di aver invaso il vino e annacquare i gusti con i prodotti californiani, ma pure ci affogano di centinaia di pagine di Dan Brown, quelle che si vedono lette ogni mattina sui treni.

Però è brava la lauri, voto 10+ al suo secondo racconto, 8-- al brano di baricco :) .

-bongo
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Ladro di parole
giovedì, 22 giugno 2006, 21:48 - Prose spinose
"Ladro di parole" era la traccia del racconto per partecipare al Premio Chiara Giovani di quest'anno.
Io invece che essere ladra di parole sono regalatrice fin troppo munifica di parole = grafomane ammorbapalle.

diceva Paul Léautaud che «Uno scrittore che riceve un premio letterario è disonorato»...

beh, non essendo io una scrittrice però ho tutto il diritto di sentirmi orgogliona..
Sono tra i 28 finalisti del Premio Chiara Giovani. L'ho appena saputo. Un regalo di precompleanno. Un buon motivo per essere distratta e non studiare manco stasera i disperanti tumori del pancreas.

Soprattutto un buon motivo per propinarvelo perchè, insomma , è l'occasione giusta per riscattarmi dal clichè di pornoscrittrice...
(e però tranquilli non rinuncio all'idea di me e bongo come Anais Nin e Henry Miller che scriviamo a 4 mani le nostre imprese erotiche ne "Il tropico del pulmino"....)

- laura

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L’uomo che non amava Truffaut


“Dottore, Lei avrà certo visto L’uomo che amava le donne”
Certo che l’avevo visto. Ma non mi lasciò il tempo di rispondere: aveva un eloquio torrenziale. ‘Tachifasico, logorroico, soggetto in fase maniacale’ presi mentalmente nota. In quel marasma di idee fuggitive mi stupiva il fatto che il discorso si fosse aperto proprio su un film. Conoscevo bene quella pellicola, traboccante di belle gambe femminili, e iniziai a convincermi che il mio paziente avesse una vaga somiglianza col protagonista, amante delle donne e della lettura. Solo era un po’ meno bello.
“Io non amo Truffaut. E non capisco quel film. Il protagonista è un vero mentecatto. Come si può pensare di mettere tante donne in un solo libro? E’ un’idea malsana.”
Ecco. Infatti il problema del mio paziente era esattamente l’opposto.
Aveva messo molti libri in una sola donna.
La donna in questione lavorava nella biblioteca cittadina: minuta e con gli occhi miopi un po’ protundenti dietro gli occhialini tondi, oltre ad essere la personificazione del topos della bibliotecaria era una paziente del mio vecchio amico Carl. Il mio brillante collega non aveva dovuto spendere grandi energie per arrivare a definire le cause del lieve disturbo di personalità che affliggeva la sua malata: era bastato un colloquio e l’uomo che ora mi sedeva davanti, il devoto fidanzato della signorina, aveva iniziato a descrivere, pur con un certo pudore, la peculiare natura dei loro incontri.
Esistono degli innamorati convinti che il loro idillio sarebbe degno d’essere narrato, sicuri che la Storia dell’Amore risulterebbe arricchita dal contributo della loro inimitabile storia d’amore. Ma questi qui erano tutt’altra coppia di amanti. Loro non costruivano una storia. Loro ingurgitavano tutte le altre.
Naturalmente si erano conosciuti in biblioteca: lui era passato dalla bibliofilia alla bibliotecariafilia e, sebbene criticasse l’idea truffautiana di un libro riempito di donne, non sdegnava la raffinatezza di una donna riempita di libri. Nudi davanti al ventilatore i due innamorati recitavano le parti di Paolo e Francesca all’Inferno. Sul talamo di legno brunito, in pepli di lenzuola di cotone declamavano versi fingendosi Antonio e Cleopatra. In gita nel bosco si chiamavano gemendo “Heathcliff”, vaneggiando “Catherine”. E questi erano solo alcuni esempi. Una strana nevrosi sessuale.
Carl aveva proseguito le sue sedute con la signorina e mi aveva proposto di occuparmi del suo compagno. Avevo già analizzato molti soggetti che manifestavano pensieri e comportamenti con contenuti deliranti, tuttavia affrontare una paranoia degna di Madame Bovary costituiva per me un’esperienza inedita.
Ma il caso era destinato a rivelarsi ancor più peculiare del previsto.
Dopo un mese dall’inizio della cura sembrava che il mio paziente già iniziasse a beneficiarne. Finché un giorno ricominciò a citare Truffaut.
“Dottore, ha mai visto Fahrenheit 451?”
“Ho letto il libro, ma non conosco il film”
“Un’assurdità..voglio dire l’idea che il potere possa imporre di distruggere tutti i libri. Quello che succede nella realtà è ancora più drammatico. Oggi siamo talmente sommersi da libri inutili che semplicemente dimentichiamo cosa sia la letteratura. Non c’è alcun bisogno di incendiare.” Riprese fiato. “Eppure l’idea degli uomini-libro è davvero un buono spunto: salvare parole, frasi, capitoli imprimendoli nella mente. Ma la mente è fallace. E, inoltre, come lei ben sa, è difficile da leggere. Il corpo invece è più fedele”
Quest’ultima affermazione non era destinata a rimanere a lungo criptica.
Con entusiasmo mi spiegò che stava traendo dalla terapia un giovamento davvero sorprendente. Stava riprendendo una sana capacità di giudizio: iniziava a comprendere che era impossibile sostituire i libri alla realtà, illudendosi di poter rubare alla letteratura per dare alla vita. Piuttosto si trattava di fare in modo che l’una preservasse l’altra.
Così con l’aiuto dell’amata aveva trafugato dalla biblioteca molti libri. Si era impossessato di righe, paragrafi, di pagine intere. No, mi assicurò che non era come immaginavo. Non li aveva cancellati. Li aveva “trasferiti”. Era un metodo inventato da suo cugino tipografo. Una specie di litografia. Ovviamente non poteva entrare nei particolari. Aveva preparato le pagine. E poi le aveva premute sul corpo di lei. E le parole erano rimaste stampate sulla pelle diafana della sua amante un poco anemica. Non era un latrocinio, era un baratto. Le parole rubate alla pagina dal corpo erano salve. Molto più salve che se fossero state tenute a mente. In cambio il corpo aveva lasciato sulle pagine il suo odore di carne e profumo di violetta. Insomma vita in cambio di parole.
Ero strabiliato dalla natura così complessa di un simile delirio. Naturalmente gli feci molte domande, volevo fargli prendere coscienza delle sue incoerenze. “Ma le parole non vengono stampate al contrario? Come è possibile imprimere su un corpo un numero di pagine maggiori di quelle che si potrebbero tenere a mente? In fondo ha una superficie limitata”
Non mi rispose. Mi strinse entrambe le mani, con gratitudine, e uscì dal mio studio. Dopo quel pomeriggio né io né Carl rivedemmo mai i nostri pazienti.
Scoprimmo poi che la signorina si era licenziata e nessuno aveva più ricevuto sue notizie. Le colleghe sospettavano che la sua decisione fosse stata presa in seguito alla scoperta che molti volumi erano stati “danneggiati” senza che ne fosse trovato il colpevole: erano emerse delle pesanti accuse sulla presunta negligenza o addirittura sulla complicità della loro ex-collega. “Cosa intendete per danneggiati?” Probabilmente copertine rovinate, pagine mancanti…nessuno ce lo seppe spiegare. Quei libri erano stati eliminati. In sostanza non esistevano prove sulla veridicità del racconto del mio paziente.

Sono ormai passati parecchi anni. Ho ripensato a quei due molto spesso. Non riesco a ipotizzare un’immagine convincente di come potrebbe essere la loro vita. Ma so per certo che da qualche parte c’è un uomo che non ama Truffaut: mentre beve il caffè vicino a una donnina magra e un po’ miope le scosta piano i capelli, scopre una nuca pallida e, accarezzandola, ci legge impresse parole d’amore.



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Vieni, scorre il Vino alle spiagge...
lunedì, 12 giugno 2006, 15:45 - Prose spinose
rileggendo gli ultimi due post ho ricordato questa strana poesia di rimbaud, che non avevo mai capito troppo bene.
C'è uno che è assetato, metaforicamente e realmente.
E percorre mentalmente gli stessi tortuosi percorsi esistenzial-dissetativi bonghiani: la vita campagnola del nonno con le bevande degli avi... i flutti della poesia, sin troppo puri e poco dissetanti (ma a questa parte si potrebbe sostituire tutto quello che uno nella vita ritiene importante...il lavoro, l'università,...salvo poi scoprire che, nonostante queste cose, lui è ancora assetato) ... il vino e gli aperitivi con gli amici...ma non sa cosa scegliere o forse niente lo soddisfa.
Infine sogna di bere una sera in una vecchia città. Un viaggiatore nel Nord o nel Paese delle Vigne. Diventa lui stesso una vigna, una nube, si beve la rugiada dei boschi.
Forse la prossima tappa del triumvirato bongo-sena-luca non sarà quella di sdraiarsi tra le violette (piuttosto...non andrete al MiWine? :) ) ma l'analogia poetica è degna di nota...

-laura

COMMEDIA DELLA SETE, di Arthur Rimbaud

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1. Gli avi

Noi siamo i tuoi Antenati
i Grandi!
Coperti da freddi sudori
di luna e verzura.
I nostri vini secchi avevano cuore!
Al sole senza impostura
all'uomo che occorre? bere.

IO - Morire in quei barbari fiumi.

Noi siamo i tuoi Antenati
dei campi.
L'acqua sta in fondo al vincheto:
guarda la corrente del fossato
Intorno al castello inzuppato.
Scendiamo nelle nostre cantine
poi ci sarà latte e sidro.

IO - Andare dove bevono le vacche.

Noi siamo i tuoi Antenati.
Su, prendi
negli armadi i liquori;
Tè, Caffè, così rari
gorgogliano nei bollitori.
- Guarda i santini, i fiori.
Stiamo venendo dal cimitero.

IO - Ah! le urne, inaridirle tutte quante!


2. Lo spirito

Eterne Ondine.
Fendete l'acqua fine.
Venere, sorella dell'azzurro,
Smuovi il flutto puro.

Ebrei erranti di Norvegia,
parlatemi della neve.
Antichi esuli cari,
parlatemi del mare.

IO - Mai più queste bevande pure
questi fiori d'acqua per bicchieri;
A leggende o a figure
non mi disseto più;

Tu che fai canzoni, tua figlioccia
è la mia sete così pazza
Idra intima senza gola
Che consuma e desola.



3. Gli amici

Vieni, scorre il Vino alle spiagge,
e i flutti corrono a milioni!
Vedi il Bitter selvaggio
Rotolare dall'alto dei monti!

Saggi pellegrini, raggiungiamo
l'Assenzio dai verdi pilastri...

IO - Basta con questi paesaggi.
Cos'è l'ebbrezza, Amici?

Altrettanto vale, anzi è meglio
Marcire nello stagno
Sotto l'orrenda melma
vicino a boschi fluttuanti.



4. Il povero sogno

Forse c'è una sera che mi aspetta
quando tranquillo potrò bere
in qualche vecchia città,
e morire più contento:
vedi come sono paziente!

Se il mio male si rassegna,
se mai avrò un po' d'oro,
dovrò scegliere il Nord
o il Paese delle Vigne?...
- Ah! sognare è cosa indegna

è vera e propria perdita!
E se ancora ritornassi
l'antico viaggiatore,
mai più l'albergo verde
per me sarà aperto.


5. Conclusione

I piccioni che tremano nei prati
La preda, che corre e vede la notte,
le bestie delle acque, la bestia asservita,
le ultime farfalle!...hanno sete pure loro.

Ma fondersi dove si disfa la nube smarrita,
-Oh! col favore di ogni frescura!
Spirare in queste umide viole
che colmano di aurore le foreste?

Maggio 1872
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se fossi un rubber-tramp
mercoledì, 7 giugno 2006, 21:51 - Prose spinose
Avrei sempre pablo. Perchè quello sarebbe il mio essere stato ed il mio divenire. Avrei messo delle tende pesanti ai vetri ed un letto semplice. Il frigo l'avrei ancora, grazie, ma per il troppo uso sarebbe rotto e servirebbe solo da contenitore protetto. Di vestiti non ne avrei molti, come anche di soldi. Avrei iniziato pensando di andare a lavorare un po' all'estero, diciamo a dublino. Avrei fatto il programmatore per qualche mese, poi mi sarei accorto che la vita era la stessa che facevo a milano. Ma da solo. Allora avrei fatto rotta verso la spagna, perchè gli spagnoli sono felici. Lo dicono tutti. Avrei cercato un lavoro, ma non sapendo la lingua avrei trovato solo impegni da poco. Avrei scaricato cassette ai mercati generali, perchè comunque sembro grande e forte. Poi un po' avrei imparato e mi sarei messo a servire birra ai tavoli della notte. Perchè non sarei più riuscito a sedermi e regolare lo schienale. Ma poi mi sarei sembrato stupido e piccolo e sbagliato. Avrei pensato di aver fatto un passo indietro. Per giustificarmi avrei pensato molto, scritto molto, bruciato molto. Avrei cambiato molte città, spendendo i miei soldi: pochi. Avrei davvero imparato a suonare l'ukulele e a parlare con molte persone. Per qualche mese ogni cosa sarebbe stata sole e musica e. A parte poi dormire nel furgone. Freddo. Solo. Una doccia, poche. Mare, tanto. Ma poi mi troverei qui: non ho più una narice. Penso. Credo. Non sento nessun odore, solo sapore, salato, sangue. Alla fine capita, ricordo quel giornale di tanto tempo fa. Un ragazzo in vespa a marsiglia. Rapinato e peggio. Punito per essersi preso quella libertà infinita che abbracci senza sicurezze. Mi verrebbe da sorridere, lo ricorderei ancora dopo tanti anni e penserei a lui. E sarebbe così buio e terra da farmi pensare di essere come lui. Ma sarei fortunato e sarebbe solo un pugno cattivo e troppo vino cattivo. Mi farebbe capire l'ora. Di tornare dalla mamma.
-bongo
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"Zucconi" da leggere...
domenica, 4 giugno 2006, 23:19 - Prose spinose
Be'..stavo cercando materiale per le mie estetiste e ho trovato queste storie, un po' pazze, un po' buffe. non sono scritte benissimo(zucconi è un bravo giornalista) e non hanno un elevatissimo spessore culturale,ma sono racconti che si fanno leggere e volevo metterli sul blog..quelli in azzurro sono le storie che mi sono piaciute di più, quelle in verdi quelle carine.non sono al livello dei racconti erotici, ma... IL bello è che riesce a spostare completamente il punto di vista interno e ti spiazza completamente!Se avete tempo e voglia...buona lettura! (come è andatoi l vostro viaggio,motociclisti? :)

silvia

Vittorio ZUCCONI “Storie dell’altro mondo”, Mondatori

Bambole
Nella casa delle bambole, Esther tagliava, Edith imbottiva e Sally cuciva. Non sapevano bene neppure loro perché lo facessero o perché cominciarono, otto anni or sono, ma sapevano che ormai non ne potevano più fare a meno. Ogni lunedì si ritrovavano da Esther, che ha la casa più grande, aprivano i loro cestelli, impugnavano i loro attrezzi e il loro materiale e cominciavano a fare bambole di pezza, con i capelli di fili di lana e gli occhietti di bottoni, cinque giorni alla settimana, cinque bambole al giorno. In otto anni di questo curioso hobby, Esther, Edith e Sally avevano fatto quasi diecimila bambolotti e se li avessero venduti, avrebbero cucito insieme parecchie migliaia di dollari ma l'idea di venderli non le aveva mai neppure sfiorate. Ogni sabato, raccoglievano la loro nidiata di bambole appena fatte, salivano sulla macchina di Sally, che aveva la station wagon grande, guidavano fino al Parkland Memorial Hospital di Dallas ed entravano nel reparto di pediatria per distribuire le bambole ai bambini più soli e più gravi. Ma in pratica non c' era piccolo malato che fosse passato dal Parkland Memorial Hospital che non avesse ricevuto uno dei loro bambolotti. Accettavano anche richieste «su misura» dai clienti, perché erano ormai diventate bravissime e sapevano confezionare pupazzi vestiti da principesse o da giocatori di calcio, bambole nere e bambole bianche, occhi a mandorla e occhi azzurri. Qualche bambolotto dorme anche l'ultimo sonno, insieme con il bambino che lo aveva abbracciato. Avevano anche passato qualche guaio, le tre fatine delle bambole, una volta con la direzione dell'ospedale che le aveva accusate di commerciare i pupazzi, prima di scoprire che era stata invece una caposala disonesta che se li era fatti dare in consegna e poi li aveva venduti, a loro insaputa, ai parenti dei malati. Una avvocato aveva intentato loro una causa per danni quando la sua bambina aveva inghiottito un bottonestrappato dalla faccia di una bambola e avevano dovuto seguire il viaggio del bottone con i raggi X per accertarsi che uscisse dalla parte giusta e senza fare danni. Qualche paziente in corsia litigava a graffi e calci per strappare la bambola al vicino che sembra naturalmente sempre più bella, ma nel complesso, otto anni e diecimila bambole erano passati senza grandi problemi. Ma i problemi sono gli esseri umani, non le bambole e infatti non era una bambola, ma un omaccione grosso e gentile in uniforme quello che suonò alla porta di Esther, un giorno di questo autunno. Posso entrare? Chiese educatamente. Ma certo. Buona sera, disse alle altre due che risposero alzando gli occhi dal tavolo di lavoro e lasciando cadere stoffe e aghi. Siete le signore Esther Cohen, Edith Ruffle e Sally Roberts? S'informò. Sì, risposero le mamme delle bambole. Vi prego di seguirmi al commissariato, sospirò il poliziotto che non aveva mai fatto un arresto così facile. In nome della legge vi dichiaro tutte e tre in arresto. Avete il diritto di non parlare e di chiamare un avvocato... cominciò a recitare. Le tre donne lo seguirono senza parlare, senza ribellarsi, senza chiamare un avvocato. Sapevano benissimo che cosa le aspettava al commissariato. Era un vecchio
mandato di cattura che le inseguiva da 30 anni, da quando le «sorelle della Colt 45», come le avevano chiamate i giornali anche se non erano neppure parenti, erano evase insieme da un carcere del vicino Arkansas dove avevano scontato sei degli otto anni per rapina a mano armata in due banche. In carcere, per passare il tempo, avevano lasciato le pistole per le forbici e i fili e si erano messe a fare bambolotti per i figli della altre carcerate. Proprio questo le aveva fregate. Quando una TV locale aveva trasmesso un servizio sulle «tre fatine» buone delle bambole, qualcuno le aveva riconosciute e le aveva denunciate. E ora stavano lì, Esther con i suoi 84 anni, Edith con i suoi 80 e Sally con i suoi 85, in piedi davanti al giudice di contea, l'onorevole Andrew J. Tannen soprannominato «Nodo Scorsoio» per la sua mano dura, aspettando la sentenza aggiuntiva per l'evasione. «Ladies» disse «Nodo Scorsoio» aggiustandosi la sottanona della toga nera, schiarendosi la gola e passandosi in fretta una mano sugli occhi «voi non mi conoscete, ma io sì e so quello che avete fatto. Tre anni or sono, uno dei miei nipotini morì di leucemia all'ospedale di Parkland abbracciato a una delle vostre bambole che ora dorme sepolta con lui. Nel nome della legge e dello Stato del Texas vi ringrazio e vi condanno a una notte in guardina e a quattro anni di libertà vigilata. L'udienza è chiusa». La casa delle bambole è riaperta.

Bancomat galeotto (20.10.1998) :) :)

Sola davanti alla finestrina dei soldi, Sonja pensò quello che pensiamo tutti, in quel momento: e se avessi qualcuno alle mie spalle? E se in questo preciso istante, mentre schiaccio questi stramaledetti pulsantini per prelevare i soldi, un uomo si stesse avvicinando silenzioso alle mie spalle, con la pistola o il coltello in mano per rapinarmi? Davanti allo sportello del "Bancomat", ci sentiamo tutti nudi. C'è un momento di vulnerabilità, in quel rituale così complicato e irritante, condotto sulla pubblica via, con le spalle voltate al mondo, eppure sotto gli occhi di tutti, che fingono educatamente di non guardare quali cifre di codice premete e quale ammontare prelevate, pensando che siete di una lentezza esasperante. Se poi il rituale della mungitura elettronica delle banconote avviene di notte, in una strada poco frequentata, l'imbarazzo è condito dalla paura. Per questo, quando la donna sentì una canna premerle contro la schiena e una voce sibilarle da dietro: «dammi subito i soldi», non fu neppure troppo sorpresa. Tutte le sere, Sonja Ransslaer si fermava davanti a quello sportello, in quella strada semi buia di Albuquerque, nel New Mexico, tornando dal lavoro per prelevare 20 dollari, 30 mila lire, e comperarsi da mangiare sulla via della sua casa, dove cenava in solitudine davanti al televisore. Non si girò. Attese paziente che la macchina facesse tutti i suoi rumorini canonici, bzzzz, fffrt fffrt, click-clock, che le tirasse fuori la lingua verde del biglietto da venti dollari e li prese tra la punta dell'indice e del pollice, come fossero un ramarro morto. Tenne gli occhi bassi, perché aveva letto sui giornali che è meglio non guardare mai in faccia il rapinatore e non dargli nessun pretesto per uccidere così da non essere identificato. «Eccoli» disse soltanto. «Non ne avresti altri venti?» disse la voce del rapinatore. «Dieci?». A questo punto, Sonja non resistette. Alzò lo sguardo per vedere chi fosse quello strano rapinatore che cercava di negoziare con la sua vittima la cifra del bottino. Era un giovane uomo, un ragazzo bianco avvolto in uno spolverino leggero, la faccia triste dello sconfitto che neppure la protuberanza della canna di pistola nella tasca riusciva a rendere truculento. «Altri dieci?», disse Sonja tranquilla, «ma se avevo a mala pena questi venti, sul conto». Vabbé, si rassegnò lui, mi accontento. Dammi i venti. No, pensò lei, questo non è un criminale, un rapinatore professionista. Questo ragazzo è un morto di fame, un poveraccio che ha più paura di me. «Sai che ti dico?», fece lei, «Non ti do neppure questi venti dollari, perché tu sotto lo spolverino non hai niente». L'uomo crollò subito. Estrasse mestamente dalla tasca una bottiglietta di vodka vuota, la finta canna che aveva "puntato" contro Sonja e abbassò gli occhi. «Dammene almeno dieci» mormorò. Neanche un centesimo. «Cinque» implorò lui «per un hamburger con le patate fritte». Neanche un centesimo. Il giovanotto si strinse nelle spallucce magre e si avviò nella notte. Aspetta, lo fermò lei, aggiungendo qualcosa che lasciò lei per prima incredula. «Un hamburger te lo compro. Vieni». La vittima e il rapinatore salirono insieme sulla macchina di lei, si fermarono poche centinaia di metri più avanti ed entrarono in un fast-food. Mangiarono insieme un hamburger. Poi, visto che lui aveva una fame arretrata da far venire i brividi, ne mangiarono un altro. E parlarono ancora. Lui raccontò la sua storia, banale, tenera, perdente, di un uomo giovane eppure già senza domani, rotolato di città in paese, lungo le autostrade della piccola criminalità e della grande solitudine americana. Si chiamava Bob Brett. Lei gli raccontò la sua, banale, tenera, perdente, di una donna quasi giovane, ruzzolata lungo il piano inclinato di una vita fatta di lavoro, cibi cotti e televisione. Si mangiarono 20 dollari in hamburger, che in America fanno un sacco di hamburger, più per continuare a parlare che per voglia di polpette. Poi lei gli disse: vieni con me in macchina. Dove andiamo? Vedrai. Quando lui vide dove andavano, cercò di ribellarsi. Fermati, sei impazzita, fammi uscire. Ma lei fu irremovibile: se fai quello che devi fare, io sarò qui ad aspettarti. Lui ci pensò su un poco, ma molto poco. Scese dall'auto ed entrò deciso nella centrale di polizia di Albuquerque, dove sapeva che lo aspettava un mandato di cattura per vari furti e piccole rapine in New Mexico. Ma un anno dopo, quando Bob Brett uscì dal carcere, davanti al portone di ferro c'era, come aveva promesso, Sonja. «Andiamo a mangiare un hamburger insieme» gli sorrise, e un mese dopo erano sposati. Dirà il tempo se questo è un lieto fine. Ma non prendete la storia di Sonja ad esempio. E’ ancora più facile trovare un rapinatore che un marito, davanti a uno sportello di Bancomat, di notte.

Capricci

«Non piangere, tesoro mio, non piangere, ti prego, ti prego, stai buona». Quanti milioni di volte ogni giorno, in quanti milioni di luoghi, questa frase è ripetuta in tutti i dialetti, le cadenze e i toni del mondo, da una madre esasperata che stringe in braccio o che trascina per la mano un bambino?
Ma c'era qualche cosa di diverso nel tono con il quale Vanessa si rivolgeva a Mirna, sua figlia, che strillava inconsolabile quella sera davanti al negozietto di generi alimentari «La Providencia» di Charlotte, una città della Sud Carolina. C'era più che la preghiera di una madre esasperata. C'era l'esortazione di una madre terrorizzata. Vanessa Peralta era appena uscita dal negozio «La Providencia», che il marito e lei avevano aperto sprofondando nei debiti. Era l' orario di chiusura, le dieci di sera. Chiudeva tardi perché in quel quartiere di gente modesta tutti dovevano fare due o tre
lavori per campare, ed erano quindi costretti a fare la spesa a fine giornata. Come tutte le sere, Vanessa aveva chiuso per bene la porta, aveva abbassato la griglia di ferro davanti alla vetrina e si era inginocchiata per fissare il grosso lucchetto a terra. Alle sue spalle, sul marciapiedi, l'aspettava la figlia di quattro anni, Mirna Ada. Era un rito fisso, il loro, sempre uguale, da quando lei era nata e la mamma aveva dovuto portarla con sé in negozio, prima in carrozzina e poi per mano. Non le
piaceva l'idea di affidarla a un asilo e quando ci aveva provato, la bambina era stata male. Forse era un po' viziata, un po' fragile. Le amiche l'avevano rimproverata per essersi arresa ai pianti e alle scene di Mirna che piangeva spesso, e per questo la signora non si stupì affatto quando la senti scoppiare in lacrime, dietro le sue spalle. Su su, Mirna, non piangere - sospirò - stai brava, tra un momento ho finito e andiamo a casa, le disse senza molta convinzione e senza neppure voltarsi, continuando ad armeggiare con le chiavi e il lucchetto. Mirna urlava ancora più forte. La madre, irritata, finalmente si girò per rimproverarla e vide la ragione di quel pianto disperato. Un uomo stava puntando la pistola contro la sua bambina. «Dammi tutti i soldi dell'incasso» disse quasi mormorando la voce dietro la pistola. Ho soltanto pochi soldi... balbettò Vanessa. Dammeli tutti, subito... Mamma mamma... strillava Mirna. Fai stare zitta questa piagnona o le sparo... cominciò a
ringhiare l'uomo con la pistola, preoccupato per l'attenzione che quel pianto avrebbe potuto richiamare. No, alla bambina no, lasciala stare, non ti ha fatto niente... implorava la madre. E allora falla stare zitta... si agitava l'altro. Non piangere tesoro mio, ti prego, non piangere fallo per me... Mamma, mamma… urlava la bambina. Zitta, stai buona, le sparo, mamma, basta, dammi i soldi, non piangere, falla tacere, falla tacere o sparo, maledizione. La bambina non tacque. Fece quello che tante altre bambine avrebbero fatto al suo posto. Corse verso la madre, mettendosi cosi sulla linea di fuoco tra l'arma e la donna. E l'uomo sparò. Non poteva sbagliare il colpo, da così pochi passi. La sua mira sarebbe stata perfetta, se il braccio che reggeva la rivoltella non si fosse abbassato di colpo, al momento esatto di schiacciare il grilletto. Dietro di lui, una guardia giurata gli si era avvicinata alle spalle, il rumore dei suoi passi coperto dalle urla disperate di Mirna, colpendogli il braccio mentre lui sparava. Il proiettile che avrebbe ucciso Mirna la piagnona colpì invece il marciapiedi, rimbalzò e raggiunse soltanto di striscio il braccio della bambina, finendo la sua corsa contro la vetrina in frantumi del minimarket profeticamente chiamato «La Providencia». Mentre la guardia giurata immobilizzava il braccio dello sparatore da dietro, Vanessa si lanciò come un toro infuriato a testa bassa contro la sua pancia. Dalla bocca del delinquente usci un « uffff » e si afflosciò senza fiato. Da lontano si sentivano già avvicinarsi le sirene. A terra, accovacciata sul marciapiedi macchiato dal sangue che le usciva dalla ferita leggera al braccio, Mirna Ada continuava a piangere, ma la madre non le chiedeva più di stare buona. Qualche volta fanno bene a piangere e a non dare retta alle mamme, i bambini.


il centravanti :) :)

Chiuso nel suo silenzio superbo, Chaco il centravanti infallibile arrivava, scendeva dalla bicicletta, prendeva posto tra i compagni di squadra dei «Lobos», i lupi, alla periferia di Los Angeles, faceva i suoi soliti due o tre gol e ripartiva senza neppure salutare. Mario Camacho, l'allenatore, lo aveva preso in disparte, gli aveva spiegato che i malumori e i risentimenti a lungo andare rovinano tutte le squadre e il calcio, come la vita, è un gioco che si vince o si perde insieme. Chaco lo era stato ad ascoltare serio e poi si era stretto nelle spalle: «Nessuno mi può costringere a essere amico dei miei
compagni di squadra» aveva risposto calmo e poi aveva affondato il colpo: «Preferisci un centravanti che sia amico di tutti e non faccia gol o uno antipatico che ti fa vincere?». Come tutti gli allenatori, anzi, i «Mister» come li chiamano in Italia, anche Mario aveva abbozzato. In quei tornei di periferia tra squadre di immigrati messicani, il calcio era importante e la vittoria era sacra, anche in campionati di dilettanti quindicenni come Chaco. Se gli altri lo sopportavano era soltanto per quel suo dribbling secco che preparava i tiri a effetto che regolarmente impallinavano il portiere avversario. I compagni lo avevano invitato più volte a uscire con loro, ma lui aveva sempre citato altri impegni, altre cose da fare. La sua era l'età nella quale la passione per il calcio si incrocia con
altre passioni e Mario il Mister aveva visto più di un campioncino promettente distaccarsi dal campo di gioco per seguire altre emozioni. All'inizio della stagione 2000, aveva cominciato a perdere colpi. Il suo dribbling micidiale si era fatto più lento, più pesante, più prevedibile. Gli avversari che lui riusciva a lasciare regolarmente con il sedere nella polvere ora faticavano meno a
stargli dietro e i goal si erano fatti più rari. Mario il Mister lo aveva di nuovo preso in disparte. «C'è di mezzo una ragazza, vero?» gli aveva chiesto e Chaco aveva annuito abbassando gli occhi. «E’ una storia seria?» aveva insistito. «Molto seria» aveva risposto lui, sempre arrossendo. «Seria seria?». Di nuovo Chaco aveva annuito. «Seria come avere messo qualcuna incinta?». A Chaco erano venuti gli occhi gonfi e non c'era stato bisogno di una risposta. Verso la fine della stagione, il Mister si era rassegnato a fare quello che non avrebbe mai pensato di fare: aveva confinato il suo campioncino sulla panchina. Si capiva che non c'era più con la testa, che doveva pensare continuamente a quella ragazza in attesa di un bambino e non gli importava più molto del pallone. Chaco aveva accettato in silenzio, senza protestare e anche questo aveva preoccupato l'allenatore. Aveva cominciato a ingrassare. Chaco la stella era diventato Chaco El Gordo, per i compagni che finalmente si vendicavano di lui, il ciccio. Nonostante la crisi della loro «star», i «Lobos» erano comunque riusciti a qualificarsi per la finale del torneo. Chaco, come ormai gli capitava regolarmente, era seduto in panchina, a scaldare il legno, senza vere speranze di giocare, la testa perduta in altri pensieri fino a quando sentì il grido di Mario: «Chaco, infilati le scarpe, dai, in
fretta, corri». Il centravanti titolare e anche la prima riserva si erano fatti male. L'allenatore non aveva ormai altri che lui, il piccolo ex grande. Corse in campo, prese il suo posto nella zona che gli era tanto familiare e che aveva percorso tante volte con il suo passo leggero, irresistibile, davanti all'area di rigore avversaria. Ma le gambe erano pesanti, i riflessi lenti, il corpo appesantito. Sperò che l'istinto prendesse il sopravvento sui muscoli e quando vide arrivare un pallone si buttò a rincorrerlo, cercando di non sentire le gomitate che il difensore gli mollava, il male, il fiatone. Ma il suo corpo non gli diede ascolto. In area di rigore, Chaco franò a terra, svenuto. Corsero Mario, l'infermiere di servizio, il massaggiatore per soccorrerlo, ma Chaco era pallido e muto, sul verde spelacchiato del prato. Fu chiamata l'ambulanza che lo portò all'ospedale, dove gli tagliarono via coi forbicioni la maglia, i calzoncini. Videro subito il sangue tra le gambe. Salvarono il bambino di cinque mesi che portava dentro per miracolo, dalle botte alla pancia prese sul campo di gioco, ma Chaco il centravanti, che nella vita era Chica Rosaria, dovette passare due mesi praticamente immobile a letto per mettere al mondo suo figlio, appena ebbe raggiunto i sette mesi. Mario il Mister l'andò a trovare con tutti i compagni di squadra, dopo il parto, portandole in regalo il pallone di quella finale che per poco non era costata la vita a lei e al bambino. «Forse non è proprio il regalo adatto per una madre» le dissero imbarazzati «ma per noi tu sei sempre Chaco, il grande centravanti». Lei lo prese come un enorme complimento.



Il colpo

Colleen era una mamma all'antica, una di quelle «mamme d'una volta» che forse non esistevano neanche «una volta» , ma che fa comodo o fa piacere immaginare e rievocare, soprattutto ai mariti che vogliono rompere le scatole alle mogli, ah la mia povera mamma, lei sì, mica tu, sciagurata... Quando nacque la sua prima, e finora unica figlia, Colleen decise che lei non era una di quelle donne moderne che fanno i figli come le gatte e poi li scaricano a una nonna o li parcheggiano come fossero automobili. Diceva che, per crescere bene, i bambini hanno bisogno di stare con la mamma, soprattutto da piccini. Altrimenti da grandi finiscono sul giornale, diventano un dato nelle statistiche dei crimini o delle malefatte. Le amiche, punte dal vago riflesso di colpa che punge ogni madre quando sente fare questi discorsi, assentivano. Mormorando poi tra di loro, più tardi, bella forza, brava lei a parlare, che ha i soldi. Soldi, Colleen ne aveva. In un anno, le erano entrati in casa - ora lo sappiamo con certezza - 443 mila dollari, 700 milioni di lire, grazie all'attività del marito che di professione faceva, secondo la dichiarazione dei redditi, l' «imprenditore finanziario» nello stato del New Hampshire, a nord di Boston. E con 700 milioni di reddito annuo avrebbe potuto permettersi certamente una buona baby-sitter, se avesse voluto. Ma non voleva. Dei giovani d'oggi non ci si può fidare, ripeteva, si leggono cose orribili sui giornali, ti si piazzano a casa per fumare marijuana e invitano amichette e amichetti. E magari rubano. Colleen aveva soltanto venticinque anni, dunque era difficilmente catalogabile come vecchia, ma una madre ragiona da madre, quale che sia l'età. Il problema - arriva sempre un problema - venne quando il marito, Richard Shanklin, più giovane di un anno, le disse che per svolgere la sua attività finanziaria in continua espansione aveva bisogno del suo aiuto, e non voleva assumere assistenti perché i soldi sono un po' come i bambini, se si può è meglio allevarseli da soli. Le chiese di accompagnarlo e di assisterlo nei suoi viaggi d'affari e Colleen acconsentì, ma naturalmente a una condizione, che avrete già immaginato: Tisha, la bambina, sarebbe andata sempre con loro. Richard tentò di obiettare, ma Colleen fu irremovibile: dove vado io, va Tisha. Nelle nazioni moderne lo spettacolo di genitori che si portano al lavoro neonati e bambini non è più inconsueto, anzi, fa persino nouveau chic per i padri e le madri moderne. Non fu dunque il vedere una neonata di tre mesi accanto alla madre e al padre sul luogo di lavoro ciò che stupì o scandalizzò i buoni cittadini di Nashua, nel New Hampshire. E neppure il fatto che Tisha, la bambina sedesse nel suo seggiolino di plastica salvabimbo con il ciuccio in bocca accanto alla madre al volante, mentre papà andava a trattare i suoi affari in banca e Colleen lo aspettava fuori con il motore acceso. Fu il pianto disperato e acuto di Tisha, provocato chissà da che cosa, una colica, una gengiva infiammata, un sogno, un pannolino sporco, ad attirare l' attenzione dei passanti e delle guardie giurate davanti alla banca dove papà era andato a trattare i suoi affari. Il pianto di un neonato, come il pancione di una donna incinta, è una calamita irresistibile, una sorta di licenza per scocciare. Ma che carino. Di quanti mesi è, signora? Come si chiama? Le assomiglia tanto. Forse ha freddo? Mangia abbastanza, signora? Ma perché non vi fatte i mazzi vostri? Tutti si sentono in diritto di offrire consigli, occhiate, rimproveri e difatti una piccola folla di seccatori bene intenzionati si raccolse subito attorno alla macchina dalla qual provenivano le urla stentoree di Tisha, che strepitava nonostante gli sforzi affannosi della madre per calmarla. E quando il padre uscì di corsa dal suo incontro d'affari reggendo in una mano un sacchetto da supermercato con soldi ricavati dalla transazione finanziaria e nell'altra un pistola, trovò davanti alla Nashua National Bank una scena che dovette lasciarlo di sasso: la macchina della fuga guidata dalla moglie complice, era circondata da una folla di passanti che facevano boccacce e versolini, attraverso i finestrini, per calmare la figlia che strillava. In un attimo di silenzio surreale, rotto soltanto dalle grida di Tisha, lui, la moglie, i passanti e gli agenti si guardarono, capirono, e la sua brillante carriera di rapinatore di banca finì, forse per un pannolino sporco o un dentino. Ora la famiglia dei Bonnie and Clyde è stata divisa. Richard ha preso vent'anni di carcere. Colleen, che ha collaborato con la giustizia, soltanto cinque. E Tisha è stata affidata a una famiglia, nonostante le lacrime e le proteste della madre. Colleen è disperata, dicono gli avvocati al giudice, perché un cuore di mamma è sempre in pena e ha paura che la figlia cresca male. Ha ragione, povera Colleen. Al giorno d'oggi, non si sa mai in mano a che razza di delinquenti possa finire un figlio.

Jerom :)

Aveva quindici anni e gli occhi tristi, ma non ha protestato quando l'hanno «messo a dormire».
Non aveva protestato neppure quando gli avevano iniettato il virus, quindici anni prima. Anzi, nella sua piccola testa pelosa forse gli è passato persino un sogno, un brivido, forse addirittura un pensiero di gratitudine per quei suoi lontani cugini in camice bianco, guanti di gomma, occhiali di plastica e mascherina sterile che stavano mettendo fine con una siringa al dolore ormai insopportabile che loro stessi gli avevano causato. Lui non era un tipo da serbare rancore, anzi, era sempre di buon umore, sempre pronto a scherzare e a giocare per una banana, lui, Jerom, il primo
scimpanzè morto di AIDS. I suoi crudeli cugini umani, quegli animali che si credono tanto diversi da lui e non ricordano di essere per il 95% geneticamente identici agli scimpanzè, gli hanno concesso la dubbia grazia dell'eutanasia, dopo averlo condannato undici anni or sono all'infezione. Nei laboratori del centro per le ricerche sui primati della Università di Emory, ad Atlanta, Jerom era stato scelto insieme con altri dieci scimpanzè come cavia per vedere se il virus potesse attecchire anche sulle scimmie e sviluppare l' AIDS. Jerom era stato il più bravo, il più disciplinato. Si era ammalato in fretta. I primati che comandavano, quelli in camice bianco e guanti di gomma, erano stati molto contenti di lui perché, da brava scimmia ubbidiente, Jerom stava male. Gli altri dieci lazzaroni, invece, no. Soltanto quando Jerom aveva cominciato a mostrare i sintomi dell' AIDS, e nel suo corpo si erano sviluppati polmoniti, tumori, piaghe, tutto il calvario della sindrome da immunodeficienza, gli avevano prelevato il sangue e lo avevano trasfuso a Nathan, un altro scimpanzè che non voleva saperne di farsi venire l' AIDS. Finalmente anche Nathan si era ammalato. E bravo Nathan. «L'esperimento è andato bene» hanno detto le due scimmie in camice, i dottori Insel e McLure, direttori del centro, «era importantissimo per noi studiare i meccanismi di
diffusione del virus e sapere se era possibile utilizzare gli scimpanzè come cavie per eventuali terapie.» «Purtroppo» - c'è sempre un «purtroppo» in queste storie - «il progresso della sindrome aveva reso una tortura la vita di Jerom e abbiamo dovuto metterlo a dormire. Era divenuto molto difficile per noi avere cura di lui.» Non doveva essere facilissimo neanche per lui, ma questo non importa. L'importante è cheJerom abbia raggiunto milioni di porcellini, topi, scimmie, cani, gatti, cavalli in quella enorme Arca delle cavie dove i nuovi profeti rinchiudono gli animali non per salvarli «con» noi, come fece Noè dopo la pioggia, ma per sacrificarli «per» noi. È giusto così, avvertono gli scienziati, è indispensabile avere modelli animali sui quali verificare e sperimentare, meglio se sono top model come gli scimpanzè, i nostri cugini primi. E gli animalisti, quelli che ieri hanno subito protestato non per l'eutanasia - che era la minima delle pietà dovute - ma per l'infezione, non devono esagerare nelle grida, non devono dimenticare che anche la loro vita, o quella dei loro figli, potrebbe essere salvata un giorno grazie al sacrificio di un topo lino o di un cavallo. Ma se è davvero necessario tormentare una creatura di Dio per salvarne un' altra, se è proprio indispensabile continuare a spedire altri ospiti torturati verso la grande Arca delle cavie, concediamo almeno gli onori dell'umanità a quelli che muoiono per noi. Chi muore per gli uomini, non sia almeno chiamato «animale» o «cavia» dai giornali. Jerom si è sacrificato per gli uomini ed è quindi morto da uomo, anche se aveva vissuto da scimmia. Funerale per un amico un po' peloso, dunque, ad Atlanta.


L'ospedale :)

«Arriva la grassona» ridacchiavano le infermiere sottovoce. La giovane donna che entrava e usciva quasi ogni giorno dall' ospedale di Houston era una sagoma ormai consueta, e familiare, alle infermiere e ai medici, anche per la sua stazza formidabile. Nessuno sapeva bene che cosa ci facesse quella donna, nell' ospedale della Texas Christian University, e neppure che cosa portasse dentro il
borsone di finta pelle nera che si trascinava dietro, dondolando di lato sulle gambe, lentamente, come sono costretti a camminare gli obesi per non strofinare le cosce. Ma nei luoghi pubblici, negli ospedali, nelle stazioni di polizia, ci sono spesso personaggi che nessuno conosce davvero e che, a furia di farsi vedere, giorno dopo giorno, sempre puntuali, diventano praticamente invisibili. Le infermiere pensavano che fosse una donna delle pulizie, le donne delle pulizie che fosse un'infermiera, i medici erano sempre troppo indaffarati e arroganti per curarsi del personale e le guardie giurate, attente ai tipacci che vanno e vengono dalle accettazioni e dal pronto soccorso, consideravano la grassona col borsone che arrancava nei corridoi dell'ospedale completamente inoffensiva. E dunque la ignoravano. Quando, più tardi, su di lei fu aperta una inchiesta della magistratura e un'indagine amministrativa interna dell'ospedale, fu facile dire, con il senno di poi, che qualcuno, un medico, un'infermiera, una guardia, avrebbe dovuto fermarla, una volta, chiederle
dove andasse, e farle aprire il borsone di finta pelle nera. In un buon film, o telefilm, qualche poliziotto astuto, qualche investigatore con il naso buono, avrebbe magari intuito che forse esisteva un rapporto fra quel donnone che andava e veniva - Dana Wilson era il suo nome - e il mistero dei neonati scomparsi e riapparsi. Ma la vita non è un telefilm, e gli ospedali veri non sono uno studio di Hollywood. Dunque nessuno, per mesi e mesi, ebbe mai l'idea di fermare Dana Wilson e, appunto per mesi e mesi, lei poté continuare tranquillamente a fare quel che andava ogni giorno a fare in ospedale. Dana era una ladra di bambini, dice adesso la polizia, ma non è vero. Dana era una che prendeva in prestito i bambini delle altre, per un'ora o due, ma poi li restituiva sempre. Trascinava le sue povere gambe gonfie fino al reparto maternità, ciondolava attorno alla nurserie, la sala dove i nuovi nati sono raccolti nelle culle, aspettava che le infermiere, le ostetriche, le pediatre fossero distratte e raccoglieva uno dei bambini. Infilandolo, naturalmente, nel borsone nero di finta pelle. Ma nonostante quello che sta scritto nella sua cartella personale, al carcere dove è rinchiusa, Dana non era una ladra. Con il neonato nel borsone arrancava verso la sua casa, vicinissima all'ospedale, entrava, chiudeva accuratamente tutte le tende, tirava fuori la creatura dalla borsa, sistemava la sua videocamera su un treppiedi, la avviava e poi si autoriprendeva con il bambino in braccio, sorridendo beata davanti all'obiettivo. La polizia trovò ventiquattro videocassettine delle scene di Dana che abbraccia il figlio di un'altra. E dopo averlo abbracciato, sbaciucchiato, nutrito e, se necessario, pulito, rimetteva il neonato nel borsone di similpelle nera, arrancava fino all'ospedale,
tornava nella nurserie e rimetteva il bambino nella sua culla. Conosceva ormai a memoria i turni di guardia delle infermiere e si teneva i neonati quanto bastava, fra una poppata e l'altra, fra un pannolino e l'altro, perché il personale non se ne accorgesse. Non voleva rapire nessuno. Voleva soltanto giocare alla mamma. Provare quello che il suo fisico, e un intervento chirurgico alle tube dell'utero subìto quando era ragazzina, le avevano per sempre vietato: la tenerezza di tenere un neonato in braccio. Dana non poteva più avere bambini. Non aveva abbastanza soldi per permettersi il lusso di adottarne uno o di farsi fecondare artificialmente e a ventisei anni di età, brutta com'era, aveva perso la speranza di trovare un uomo che la sposasse e che mantenesse lei e un figlio adottivo. Tutto quel che le restava erano i neonati in prestito. E quei pochi minuti insieme, registrati su cassette che lei trascorreva poi ore e ore a riguardare. Era fatale, e tristemente giusto, che alla fine fossero proprio i neonati, e proprio le telecamere, a vendicarsi di lei e metter fine alla sua videomaternità immaginaria. Un giorno della scorsa settimana, mentre trascinava il solito borsone con un altro figlio per un'ora, il neonato fece quello che i neonati spesso fanno: si mise a piangere, anzi, a urlare. Nel nastro registrato dalle telecamere di sorveglianza lungo i corridoi dell'ospedale si vede Dana che disperatamente dondola il borsone come una culla, per calmare il pianto. Poi la si vede nascondersi in un androne e chinarsi sulla borsa, aprendola, per accarezzare il bambino, per controllare il pannolino, per cercare di farlo star zitto, invano. Il neonato, figlio di una signora chiamata Brenda Thomas, non voleva saperne di impersonare, neppure per un'ora, la bambola vera per una madre finta. Dana richiuse il suo borsone, attraversò l'ingresso dell'ospedale, seguita dagli sguardi delle infermiere e degli altri pazienti che non dovevano aver mai visto o sentito prima una borsa che piange. Gli ultimi metri di video ci mostrano Dana che tenta di correre via, che trascina il suo corpo goffo, le sue gambone fuori dalla porta e nel parcheggio dell'ospedale, fino a quando un poliziotto la ferma e le fa aprire il borsone. «E mio figlio» tentò di dire Dana a un poliziotto chiaramente scettico. E non c'era bisogno di Sherlock Holmes per capire che mentiva. Quando guardò nella borsa, l'agente vide un neonato bianco. Dana è nera. Il giudice la condannò a un anno e avrebbe potuto dargliene fino a quindici. Quando la condannarono, Dana chiese soltanto al giudice: «Posso almeno tenermi le videocassette dei bambini in carcere?». Il giudice fece finta di non sentire. Batté il martelletto e disse tutto incavolato: «Portatela via». Ma di nascosto da tutti, Vostro Onore sorrideva.

Il pacco :) (x chi va al casinò..)

Roxanne non si lamentava. Quello che guadagnava come cameriera al Paradiso del Camionista, più camionisti che paradiso per essere onesti, al confine tra Utah e Nevada, le bastava per vivere nel minuscolo cottage ai bordi del lago di sale che il marito le aveva lasciato quando un mattino aveva avviato il suo pick up ed era partito in direzione del Nevada senza più farsi vedere, vent'anni prima. Non era tipo da lamentarsi, Roxanna. Magari, ecco, un uomo ogni tanto non sarebbe stato male, ma
aveva sentito troppe storie sugli amori di una notte coi camionisti per cadere in tentazione e gli avventori del Paradiso consideravano una mano sul sedere quando si chinava per ritirare i piatti il massimo della galanteria. No, grazie. C'era, a dir la verità, un regolare, uno che si fermava tutti i venerdì sera a mangiare sul percorso tra Salt Lake City e Las Vegas, che sembrava diverso, non allungava le mani, ruttava con moderazione, usava lo stuzzicadenti e scambiava con lei qualche
parola. Capitava spesso, sempre più spesso, che restasse fino alla chiusura, nel locale vuoto a chiacchierare con lei e che lei ci avesse fatto un pensierino, anzi due. A volte restavano insieme in silenzio, a guardare quieti la tv accesa sul banco, senza parlarsi. Come appunto fanno mariti e mogli. Una sera accadde che il televisore del Paradiso si guastò, pop, buio. Merda, disse lui, che era educato, ma era pur sempre un camionista. Potremmo guardare lo show a casa mia, abito qui vicino, disse lei senza neppure credere a quello che stava dicendo. Ok, disse lui e Roxanna sentì le gambe cederle sotto, ma ormai era fatta. Lei con la sua trappoletta coreana davanti, lui dietro con la sua balena d'alluminio a 18 ruote, come un pesciolino pilota davanti a uno squalo immenso, lasciarono il parcheggio del Paradiso. Quando arrivarono a casa, lo show televisivo era finito da un pezzo, ma Roxane non se ne lamentò, non era il tipo. Non restò neppure troppo male quando svegliandosi alla mattina scoprì che Freddie il camionista aveva già preso la strada dell'ovest, come il marito. Era abituata. Comunque lo avrebbe rivisto il venerdì successivo e, in preparazione, Roxanne svuotò un certo vasetto di danaro per una seduta dal parrucchiere e un vestito con le spalline che aveva visto in saldo nel drugstore del paese. Infatti, all'imbrunire del venerdì, il bestione d'alluminio di Freddie si fermò cigolando e sbuffando e Roxanne arrossì pensando al vestito nella borsa. Vinse la tentazione di correre fuori e cercò di darsi un contegno. Hallò Freddie, disse con aria indifferente e senza voltarsi quando lo sentì sedersi al solito banco. Hallò a te, rispose una voce, ma io non sono Freddie. Roxanna si voltò senza capire: ma quello è il suo camion? Era, precisò la voce che in effetti apparteneva a un altro uomo, me l'ha venduto e io faccio la sua rotta. Roxanna inghiottì forte, ritrovò il suo tono professionale e chiese "caffè?". No grazie, non ho tempo, mi sono fermato solo per consegnarle questo da parte di Freddie. Le mise in mano un pacco, confezionato tipo regalo, e, prima che potesse reagire, tornò al camion. Ecco qui, singhiozzava chiusa nel bagno stropicciando il vestitino come se fosse tutta colpa sua, la solita storia. Gli uomini che tocco io svaniscono e io resto con un straccio di vita in mano in cambio di qualche regalino da puttana. Prese il sacchetto e lo ficcò nella tazza del cesso, senza neppure aprirlo, tentando invano di farlo passare nel buco. Lo ripescò con schifo e stizza, perché non poteva lasciare il water del ristorante occluso e lo senti mole, zuppo, la carta bagnata che lasciava intravvedere i dollari... I dollari? Roxanne aprì il pacchetto, e lì, in ginocchio davanti alla tazza, cominciò a contare banconote da 100 dollari. Molte banconote, tutte nuove, fascettate come si vede nei film. Contò mille biglietti da cento dollari, centomila dollari accompagnati da un biglietto scritto a mano sulla carta intestata di un famoso casinò di Las Vegas, le parole sbrodolate dall'acqua. Cercò di ricostruire quello che c'era scritto "...dopo che abbiamo fatto... felice...impazzito... guidato ...notte ...Las Vegas... colpo... jackpot… casinò... metà... tua… non avrei mai... ti appartie... ddie". Si raccattò dal pavimento della toiletta, annunciò al padrone del Paradiso che si sentiva male e sarebbe andata a casa, chiamò il casinò indicato sulla lettera e chiese se qualcuno avesse per caso sbancato una slot machine, una settimana prima. Sì, le risposero, è uscito anche sui giornali. Quant' era il jackpot, si informò? Il jackpot era stato di 217 mila e 556 dollari. Ah ha, dunque Freddie aveva un po' rubato sulla metà, regalandole 100 mila dollari, ma Roxanna non se ne lagnò. Degli uomini, lo sapeva, non ci si può mai fidare.

Parchimetro :)
Diventare nonni non richiede alcun particolare talento o sforzo, a parte quello
iniziale, talvolta persino gradevole, di concepire un figlio e aspettare pazientemente
che lui, o lei, facciano qualche anno più tardi lo stesso sforzo.
Eppure, nella storia dell'umanità, la qualifica di nonno o di nonna ha sempre
conferito a chi la porta una certa impronta di prestigio e di autorità, specialmente alle
nonne, visto che l'equivalente maschile, il nonno, comporta per noi uomini qualche
affettuoso sospetto di rincoglionimento.
Per questo, facendosi forte di una tradizione multimillenaria, la signora Sylvia
Stayton, di Cincinnati, non esitò a giocare la carta del suo essere nonna, quando si
trovò nei guai. I suoi sessanta due anni, e soprattutto i ben dieci nipoti, l'avrebbero
sicuramente protetta da quel maleducato che la stava apostrofando con toni tanto
screanzati, pensò. «Calma, figliolo» gli disse figliolo perché le nonne hanno il diritto
legale di chiamare tutti figlioli o giovanotto «io sono una nonna.» «E a me che mi
frega» rispose il figliolo che indossava l'uniforme di sergente della polizia di
Cincinnati. «Lei sta commettendo un reato e io devo arrestarla, che lei sia nonna, zia,
figlia o cugina.» E con quello, il sergente Edward Johnson le afferrò bruscamente le
braccia, gliele piegò dietro la schiena e le chiuse i polsi nelle manette di plastica, che
fanno anche male.
Un'ora più tardi, la nonna era in una cella del commissariato, chiedendosi quale
reato avesse mai commesso per meritarsi le manette e la compagnia di prostitute,
spacciatrici, ladre nel gabbione. Formalmente, l' accusa scritta sul registro del
commissariato era «ostruzione di attività investigativa e frode aggravata» ai danni del
comune di Cincinnati, nello stato dell'Ohio. Praticamente, la sua colpa era stata un
gesto di straordinaria e inconsueta gentilezza, un gesto appunto da nonna.
Camminando lungo il marciapiede di una strada dove gli squattrinati studenti della
Università di Cincinnati parcheggiano abitualmente i loro ferrivecchi mentre sono a
lezione, Sylvia aveva notato che alcuni parchimetri avevano esaurito il tempo e un
poliziotto, l' agente Johnson, aveva cominciato a scrivere contravvenzioni da 15
dollari, 25 mila lire ciascuna. Non un capitale, certo, ma per quegli studenti una
piccola somma, una pizza, un libro, una sera al cinema.
Senza pensarci troppo, Sylvia aveva preso la manciata di nichelini, monete da 5
centesimi di dollaro, 50 lire, che si era portata in tasca per fare una serie di fotocopie,
e le aveva infilate nelle fessure, comprando così un po' di tempo per gli studenti.
«Ferma, che fa, non può, è un reato» era accorso il poliziotto e lei gli aveva sorriso.
«Ma vuol scherzare? Non sono mie le auto, lo faccio per quei ragazzi.» «Appunto.
Non scherzo affatto, signora, e se continua l'arresto.» Ma io sono una nonna... Il resto
lo sapete.
Quando il marito di Sylvia, il nonno che non doveva essere del tutto rimbambito,
seppe che era stata arrestata e portata al commissariato, telefonò subito al giornale
locale, la «Cincinnati Gazette», e il caso della «nonna dei parchimetri» esplose. Non
si poteva accendere la radio a Pittsburgh senza ascoltare telefonate di solidarietà con
Sylvia, non si poteva passeggiare in strada senza vedere qualcuno che indossasse una
T-shirt con la scritta «Viva la Nonna dei Parchimetri». E quando la gente ha saputo che il giudice l'aveva liberata sotto una cauzione di tre
milioni di lire, nell' arco di sei ore una colletta cittadina ha raccolto 70 milioni.
Quanto basta per pagare la cauzione e la parcella legale per la sua difesa. L'ospedale
di Cincinnati, dove è stata medicata per la lussazione di una spalla provocata dal
sergente mentre l'ammanettava, non ha voluto un centesimo. E se in America un
ospedale - quel luogo dove per essere ammessi occorre sottoporsi a una radiografia
del portafoglio prima di ogni altro intervento - cura qualcuno gratis, vuol dire proprio
che l'indignazione fu travolgente.
Lei, Sylvia, non si rese ben conto di quel che le era accaduto, e stentò a capire di
essere diventata non soltanto la vittima della stupidità di un burocrate in uniforme, ma
la nonna di tutti gli automobilisti multati d' America.
«Ho soltanto aiutato qualche studente con due o tre nichelini» diceva alle network
che sgomitavano per intervistarla. «In fondo sono una nonna.» Soltanto una nonna?
Quando il giudice l'ha condannata, al processo (una settimana di lavoro volontario per
aiutare la polizia a vuotare i parchimetri lungo il marciapiede del delitto), la reazione
è stata tanto violenta da costringere il giudice a dimettersi e a cambiare città. Soltanto
una nonna?
Chiedete al lupo cattivo, e adesso al giudice, che cosa succede a chi dà fastidio alle
nonne.


«Predator» :)
È stata dura, la vita con me, raccontava John Ellsworth Weaver, ma tu non devi
piangere per me, principessa, soltanto volermi un po' di bene.
Come tanti uomini americani della sua generazione, John aveva infilato tutte le
«guerre calde» della guerra fredda, era stato soldato semplice in Corea negli anni
Cinquanta, poi tenente in Vietnam, poi maggiore nel Libano del terrore, infine
colonnello nel deserto d' Arabia, per la «Tempesta» del 1991.
Se l'America aveva fatto una guerra, una guerriglia, una guerretta, raccontava, John
Weaver c'era finito in mezzo. «Non mi lamento, ho scelto la vita del soldato» diceva
orgoglioso alle donne che lo ascoltavano con gli occhi appena velati dalla tenerezza
«ma certo che alla mia età, ormai vicino ai sessanta, tra dolori e doloretti comincio a
sentirmi stanco.»
Riposati qui con me, gli dicevano le donne, riposati un momento.
Non era stata neppure tenera in fatto di bellezza fisica, la vita con John Weaver.
Sotto la sua smagliante divisa di colonnello dell'esercito americano, stirata come una
lastra di marmo, dietro il petto coperto da una spanna di nastrini e medaglie, c'era il
corpo di un uomo di mezza età abbondante, ben imbottito alla circonferenza, pelato in
cima, flaccido. Ma poiché la bellezza è negli occhi di chi la guarda, a Karyn Chipman
quel vecchio soldato un po' liso, come il tappeto nell'ingresso, sembrò comunque
bellissimo.
Alla sua età, cinquantaquattro anni, una donna, una vedova sola in una piccola città
dello Utah, nel mezzo del nulla e di uno stato tra i più bacchettoni d'America, non può
permettersi di essere troppo schizzinosa, se ha voglia di marito. Dicono gli studi
demografici che è più facile essere colpiti da un fulmine che sposarsi, per una donna
che ha passato i cinquanta in America. Un colonnello pelato dovette sembrare
decisamente meglio di un fulmine sulla testa, a Karyn.
Si conobbero in una chiesa dove lui, trasferito da poco in una base vicina, come
disse al pastore, si era subito offerto di fare lavoretti e dare una mano a trasportare i
fedeli malati o inabili alle funzioni della domenica. Quanto basta per far girare la testa
a una donna come Karyn. Si sposarono, lei in bianco, lui in kaki militare da parata,
medaglie e mostrine e neanche tanto brutto, commentarono le amiche di Karyn,
guardandolo marciare con lei a fianco lungo il corridoio verso l'altare. Sicuramente
non peggio di quei mariti che loro avevano trascinato in chiesa.
Vissero insieme, nella casetta di lei a Roy, nello Utah, non cercatelo sulla carta
perché tanto non ci andrete mai e probabilmente non è nemmeno sulla mappa. Era il
«mio secondo giro sulla giostra della felicità» diceva Karyn, ma i cavallucci si
fermarono la mattina in cui il marito sventolò una lettera e disse, con un sospiro
rassegnato: «Principessa» la chiamava così, e non per caso, vedrete «principessa,
maledizione, mi mandano di nuovo in Arabia Saudita».
A far che? Ma la guerra non è finita? Altro sospiro: segreti militari, principessa. La
moglie lo accompagnò all'aeroporto di Salt Lake City con il pick-up, il camioncino
polveroso che nell'Utah è quasi di rigore avere, gli prestò qualche soldo perché lui
non aveva neppure avuto il tempo di passare in banca, nella fretta di rispondere alla
chiamata della patria, e gli diede la sua carta di credito, in caso di necessità.
Si abbracciarono, si baciarono, piansero, torna, scrivimi, chiama, stai attento, a
presto, addio. E il giorno dopo, a casa, Karyn ricevette un mazzo di rose rosse con un
biglietto d'amore, «Per sempre tuo, principessa, qualunque cosa accada», firmato
«John». Un pensiero struggente. Lei pianse. All'aeroporto, prima di imbarcarsi per il
deserto, il colonnello aveva trovato anche il tempo di mandarle i fiori. Li aveva pagati
con la carta di credito della moglie, ma non stiamo a fare i fiscali, adesso. Un
pensiero è un pensiero.
Passò un mese, ne passarono sei. Da John più niente. Soltanto, una volta al mese,
arrivava il conto della carta di credito che gli aveva prestato e che lei pagava
regolarmente. Ma tra le lacrime e i sospiri e i pensieri per il suo «principe» che stava
nel polverone saudita fra tanta gente infida, Karyn cominciò a notare che gli addebiti
non venivano fatti a Ryad, a Gedda o a Kuwait City, ma in posti come New York,
Los Angeles, Dallas, Chicago. Dovevano essere quegli strani giri contabili che a volte
fanno le banche e le società di credito, pensò, ma, nel dubbio che qualche lazzarone si
approfittasse del suo colonnello, lei chiamò la banca, per controllare.
Gli addebiti erano tutti legittimi, le risposero. Decise allora di andare dallo sceriffo
di Roy, un vecchio amico d'infanzia, un compagno di scuola. Sceriffo, disse lei, sono
preoccupata, ho paura che sia successo qualcosa a John, sono sei mesi che non ho
notizie e non vorrei che qualcuno lo avesse ammazzato e gli avesse rubato la carta di
credito.
Lo sceriffo l'ascoltò in silenzio e le consigliò di andare a Salt Lake City, per
indagare. Karyn andò alla polizia della grande città, dove disse di voler denunciare il
furto di una carta di credito. Il mio John, spiegò a un poliziotto, è in Arabia Saudita e
qualcuno usa la mia carta qui in America. Non vorrei, ripete Karyn, inghiottendo le
lacrime e i sospetti, che qualcuno gli avesse fatto del male e gli avesse rubato la carta.
Il poliziotto la mandò allo FBI di Salt Lake City, dove sono attrezzati meglio, e un
agente la ascoltò di nuovo, batte alcuni tasti su un computer e le chiese: il suo John
sarebbe colonnello, vero? Vero. Pelato, grassoccio, cinquantina avanzata? Sì, ma
allora è successo... E la chiamava sempre «Principessa», per caso? Oh Signore, oh
Lord, oh Gesù, è proprio lui, lo sapevo, una donna queste cose le sente... Signora, la
fermò l'agente con distacco professionale, mi ascolti.
E mentre dalla stampante del computer usciva con gracidii da anatra ferita una
lunghissima lingua di carta piena di nomi, l'agente speciale dello FBI disse con voce
bassa: «...Lo sa perché la chiamava Principessa? Perché c'erano talmente tante donne
nella sua vita che non riusciva a ricordarsene i nomi e vi chiamava tutte Principessa».
La favola del colonnello e della principessa finì in quell'ufficio, come era finita in
uffici simili per molte altre donne. Quante? Non lo sappiamo, dicono allo FBI,
sappiamo soltanto che era bigamo, trigamo, quadrigamo, pentigamo, esigamo,
dodecaigamo. Di sicuro si sa che aveva sposato sedici «principesse» (decaesigamo?),
che si era fidanzato con almeno altre dodici, che si era fatto prestare «qualche soldo»
e le carte di credito da tutte prima di partire per una missione. E queste sono soltanto
le ventotto che hanno presentato denuncia. Ce ne sono sicuramente molte, molte di
più, perché John Ellsworth Weaver faceva di professione il «predator di donne», dice
lo FBI, il pirata di solitudini e di mezze età. «Non saremmo affatto stupiti se in
trent'anni di pirateria matrimoniale avesse sposato un migliaio di donne»
(kilogamo?). E naturalmente non era affatto colonnello o neppure caporale. L'unica
divisa autentica che mai avesse indossato in vita sua era quella di sorvegliante di un
supermercato, da giovane, per sei mesi.
È ricercato in tutti gli stati, ma è ancora libero. Lo prenderanno: presto o tardi c'è
sempre una preda che divora il predator, un Cappuccetto che frega il Lupo. Nel
frattempo, le sedici «mogli» si sono messe in contatto fra di loro e hanno fondato un
circolo: il «club delle Principesse».
Si incontrano di tanto in tanto nello Utah, vanno a teatro, cenano insieme, si
scambiano storie sul «principe colonnello», fanno i conti di quanti soldi abbia rubato
loro. Dicono adesso: «Meglio essere colpite da un fulmine che incontrare un
predatore di donne».
Hanno imparato a vivere da sole e a ridere della loro solitudine.

La querela
Il giudice del Tribunale di Boston, Charles Spurlock, guardò i nomi dei contendenti
in quella causa civile - la signorina Stacey Pevnev contro il signor Jonathan Inge - e
sospirò annoiato. La solita storia d'amore finita male, l'ennesimo matrimonio che
veniva a naufragare in un palazzo di giustizia. Lei contro lui, uomo contro donna,
storie banali di tutti i giorni.
Dove sono i querelanti? s'informò il giudice che non vide il signore e la signorina,
ma soltanto i loro legali. Sono all'asilo, risposero gli avvocati.
Insegnano? chiese il magistrato ingenuamente. No Vostro Onore, imparano. Stacey
e Jonathan sono all'asilo. Avvocato non faccia il cretino, che la incrimino per
oltraggio. Vostro Onore, con il dovuto rispetto, le parti in causa hanno tre anni
ciascuno.
Tre anni ciascuno. Dal pannolino sono passati direttamente al tribunale. Non c'era
mai stata, nella storia della giurisprudenza americana, una causa civile fra cittadini
che avessero insieme sei anni e nella quale la materia del contendere fosse una buca
piena di sabbia dove i due bambini andavano a giocare insieme. Ma era prevedibile
che in una società dove ogni sgarbo, ogni lite, ogni reclamo finiscono inesorabilmente
davanti ai giudici, anche una bega da giardino pubblico divenisse un processo.
La storia era cominciata in maniera innocente, con una scena che si ripete milioni di
volte nei parchi giochi di tutto il mondo. Jonathan, il maschietto, giocava con Stacey,
la bambina con le treccine. Fece quello che, come ogni femmina sa, avviene con
inesorabile regolarità: tirò le trecce a Stacey che, bambina moderna e già liberata,
anziché mettersi a piangere o correre dalla mamma, mollò uno schiaffo al suo
tormentatore. Neppure Jonathan pianse. Emancipazione per emancipazione, restituì la
sberla. Stacey allungò un altro ceffone e Jonathan si vendicò con un calcio. Non era
ancora il Vietnam, ma i segni di escalation erano evidenti.
La crisi, che avrebbe forse potuto avere ancora una soluzione negoziale fra le due
potenze in pannolino che si sarebbero in fretta dimenticate del duello, degenerò
inesorabilmente quando la madre di Stacey vide la scena. Piombò su Jonathan e gli
intimò bruscamente di non toccare più la sua Stacey.
La madre di Jonathan non gradì l'intervento di un'adulta e avvertì l' altra signora di
non permettersi di dare ordini a suo figlio. Non gli do ordini se lui smette di prendere
a calci la mia bambina. La sua bambina ha dato uno schiaffo al mio Jonathan. Glielo
ha dato perché lui le aveva tirato le treccine. Tirare le treccine non vale uno schiaffo.
E uno schiaffo non vale un calcio. Chi lo dice, lo dico io, lei chi è, lei non si permetta.
Un mese dopo, la causa di Stacey contro Jonathan era davanti al giudice della Corte
Superiore di Boston. Gli avvocati avevano preso in mano la contesa. La pace era
divenuta impossibile.
Il giudice Spurlock avrebbe avuto probabilmente una gran voglia di mandare le
mamme, i loro avvocati, i bambini e le treccine a fare una passeggiata, ma la legge è
la legge, e un cittadino è un cittadino, anche quando porta il pannolone e si succhia il
pollice, Il magistrato ha dovuto emettere una sentenza e ha dato ragione alla bambina.
Jonathan non potrà più giocare in quel giardinetto e dovrà stare ad almeno 100 yarde,
90 metri, da Stacey.
Ma in caso di violazione dell'ordinanza, che accadrà? Andrà in carcere Jonathan o
la sua mamma o tutti e due? E se andassero invece in galera quegli avvocati che
hanno accettato di patrocinare a pagamento, e quindi di alimentare, una guerra di
sabbia fra due bambini di tre anni?

Sposarsi in Arizona :) :) (per il luchino...stai attento..)
Cresciuti nelle colline della Ahtawakee County, tra i cactus e i serpenti a sonagli
dell’Arizona, Crawford McClue e Virginia Sustell si erano conosciuti da bambini,
non che nella Ahtawakee County ci fosse molto altro da conoscere. I loro padri erano
stati entrambi braccianti negli allevamenti della zona, Crawford e Virginia erano
andati a scuola insieme dalla prima elementare. Tutti, nella contea, sapevano che si
sarebbero sposati, e che era solo questione di tempo e di occasione perché Crawford
si decidesse a farle la fatidica domanda. Virginia era una ragazza paziente, aiutata
nella sua pazienza dalla scarsissima scelta di uomini offerta dal villaggio.
Si vedevano tutti i giorni e in fondo era un po' come se fossero sposati. Non
parlavano d'amore, di fidanzamento, di matrimonio, perché da quelle parti non si fa e
non ce n'era bisogno, perché quella cosa era scontata come i temporali di primavera
che ogni anno arrivavano e facevano esplodere il deserto di fiori che duravano il
tempo necessario al sole per bruciarli tutti.
Lui, Crawford, si limitava a dire agli amici che non avrebbe mai sposato Virginia
fino a quando non fosse stato in grado di darle una vita più decente te di quella che
suo padre aveva dato a sua madre, soprattutto dopo che lui era stato fatto secco dal
calcio di un cavallo che l'aveva centrato in faccia. Lei andava ai matrimoni delle
amiche e aspettava.
Chiamatela pure stupida, se volete, ma non poté fare a meno di sentirsi un po’
emozionata, quando il tam tam del deserto arrivò fino a lei con la notizia. Crawford
era stato visto entrare da un gioielliere di Scottsadale, un negozietto dove i diamanti
si misuravano in granelli di polvere e l’oro in milligrammi, non esattamente un
Cartier o un Bulgari, ma abbastanza per far pensare a Virginia che lui si fosse
finalmente deciso.
Seppe, dalle altre donne, che in effetti era andato a comperare un anello di
fidanzamento, un diamantino solitario che più solitario di così si sarebbe suicidato e
lo aveva mostrato agli amici nel saloon per avere la loro approvazione e solidarietà
maschile. E aveva confidato agli altri avventori che, nel ranch dove lavorava, il
padrone lo aveva promosso a capo contabile e lo aveva sottratto alle fatiche delle
stalle, elevandolo a una posizione impiegatizia. Virginia attese.
Aspettò una sera, due, una settimana, dicendosi che i ragazzi sono fatti così, sempre
un po' riluttanti a prendere impegni, a fare sul serio, perché, avevo dimenticato di
dire, Crawford e Virginia non si erano limitati, nell'attesa, a guardare la luna e le
stelle tra i cactus del deserto. E finalmente, una sera lui si pre- sentò a casa con quella
espressione che tradiva l'intento.
Virginia gli aveva preparato una cena speciale con i suoi piatti preferiti, puddirg di
granoturco, arrosto al forno, torta di mele. Lui aveva tirato fuori un sigaro e aveva
cominciato a raccontare di quando erano bambini tutti e due, di come avevano
seppellito il padre con la faccia sfasciata dal cavallo, della madre che aveva dovuto
fare due lavori per mantenere lui e la sorella prima che si sposasse, di come il
matrimonio della sorella con un piazzista ambulante di aspirapolveri fosse finito male
e lui fosse stato influenzato da quel fallimento e questo e quello e sì, e dai, e deciditi,
pensava Virginia ascoltandolo e tenendo d'occhio il rigonfiamento della scatola nella
tasca della giacca.
Virginia, le disse finalmente, lo sai che ti ho sempre voluto bene. Lo so. Lo sai che
ho aspettato un po' a chiedere la tua mano perché volevo essere sicuro di quello che
facevo, che la mia non fosse una decisione affrettata, presa sull'emozione di un
momento. Lo so. Allungò la mano verso la tasca della giacca e ne estrasse il cubo di
finta pelle rossa. Virginia, spero che tu non mi dica di no, vuoi sposarmi?
Virginia, che conosceva benissimo la risposta, decise di divertirsi un po'. Mah, disse
stringendo le labbra, ti ringrazio, Crawford, ma non so che cosa risponderti. Come?
Trasecolò lui. Be', al giorno d'oggi tanti matrimoni finiscono male, tante decisioni
sono prese affrettatamente. Ma... ma... balbettava lui e alla fine lei ebbe pietà. Va
bene, stupidone, lo sai che avrei detto di sì.
Virginia Sustel e Crawford McClue si sono sposati il 15 giugno scorso e i giornali
dell'Arizona ne hanno dato notizia, non tanto perché un matrimonio sia, neppure nella
contea di Ahtawakee, un fatto così straordinario, ma perché questa era un'unione un
po' speciale. Marito e moglie convivevano dal 1942, dunque per 60 anni. Si sono
sposati lui all'età di 83 anni e lei di 81. Finalmente sicuri di vivere, se non a lungo,
certo felici e contenti.

Taxi :) :) (x i masculi...pay attention!

Dopo sei ore passate a divincolarsi nel traffico di Dallas, con il condizionatore
d'aria moribondo, quella era l'ultima chiamata che Jerry il tassista avrebbe voluto
ricevere. «Jerry, mi senti?» aveva detto la voce della centralinista. «Ok, ok, ti sento» aveva
risposto lui annoiato. «Sei ancora dalle parti della statale 56?» si era informata la
voce. «Sì». «Allora corri al numero 7952 di Oak Lane, al palazzo d'appartamenti
Belvedere. Tu sei il più vicino e c'è una signora incinta che ha chiesto un tassì
d'urgenza». «E tu come hai fatto a vedere al telefono che era incinta, tesoro bello? ».
« Scemo, me l'ha detto lei che ha già le doglie. Corri, invece di fare il cretino». «Ok,
ok, non fare la bisbetica, adesso ». Ah. 'Ste donne.
Jerry il tassista ricordava vagamente quell'indirizzo e quel palazzo, per esserci stato
qualche tempo addietro con una ragazza che aveva rimorchiato in un bar, o era lei che
aveva rimorchiato lui, aspetta come si chiamava? Lilly, Lolly, Laura, boh che
differenza faceva. Tutto era cominciato e finito in una notte. Tanto per stare sul
sicuro, prima di andarsene le aveva lasciato un numero di telefono falso. Mica era
fesso, Jerry. Misericordiosamente, il traffico in quel sobborgo di Dallas era leggero e il tassista
arrivò in pochi minuti davanti al portone del condominio Belvedere. La cliente lo
aspettava già sul marciapiedi, con il suo pancione e una valigetta ai piedi. Era un po'
cambiata, naturalmente, ma Jerry la riconobbe lo stesso. Era lei, Lilly, Lolly, Laura,
come cavolo si chiamava, ciao, le disse lei salendo in auto, come se si fossero lasciati
la sera prima, sono Lori, ti ricordi? Lori! Ecco come si chiamava. «Portami
all'ospedale di corsa, che sta per nascere». Jerry aveva cercato di guidare con cura, ma il tassì era vecchio e la strada sconnessa. Oddio, oddio, aveva gridato la donna sul sedile di dietro, oddio ho perso le
acque, corri, oddio oddio, corri.
Jerry aveva tentato di correre, ma il traffico si era fatto sempre più denso, fino a
coagularsi del tutto e a bloccarsi. Aaaaah, gemeva lei, mio dio sta per nascere, arriva,
mio dio arriva.
Di come nascano i bambini, il tassista non si era mai interessato molto, avendo
preferito sempre concentrarsi su come sono concepiti, ma aveva visto qualche
telefilm alla Tv e gli era rimasta qualche vaga idea sulla respirazione. Respira forte,
consigliò, tentando di dare il buon esempio mentre l'auto avanzava a passo di
formica. Soffia, aspira, trattieni, uff e puff e puff e uff, ma dal sedile dietro veniva
soltanto il gemito di Lori. E poi il gemito divenne uno strillo acuto: sta uscendo,
aaaaaah, la testa.
Quando il tassì piantò i freni davanti al pronto soccorso dell'ospedale il bambino,
che poi era una bambina, era già tutto fuori e gli infermieri raccolsero Lori, il
neonato, il cordone ombelicale, la valigetta e il tassista che non si reggeva più in piedi
per l'emozione. Va tutto bene, stia calmo, lo rassicurarono gli infermieri deponendo
Lori sulla barella e, prima che la portassero via con la sua creatura, lei riuscì anche a
fargli un piccolo sorriso. «Jerry, hai capito, vero?» gli disse. Lui fece segno di sì con
la testa, perché non riusciva a parlare, la gola chiusa dallo shock di avere visto
nascere sua figlia.
Tornò al reparto maternità il giorno dopo, a salutare Lori ma soprattutto per andare
con la faccia davanti alla vetrata della nurserie, a vedere sua figlia - Annie, l'aveva
chiamata la madre - che dormiva nel lettino a sponde. Domani vi porto a casa, disse a
Lori. Quando vi lasceranno uscire? Alla sera, verso le cinque, rispose lei. Ok, ok.
La sera tornò col suo tassì ripulito per bene dentro e fuori, con un mazzo di fiori per
la madre e un orsacchiotto per Annie, regalo inadatto a un neonato, ma lui che ne
sapeva.
Chi? Gli chiese la caposala saltabeccando con le dita sulla tastiera del computer.
Lori Lynfield? E’ andata a casa questa mattina alle nove, con la bambina. Lei chi è?
Sono Jerry, il tassista che l'ha portata qui. Lori ha lasciato un recapito per lei e gli
passò un bigliettino.
«Grazie di tutto, Jerry» c'era scritto «sono andata via prima che tu arrivassi. Non
cercarmi al condominio, non abiterò più lì, ma dai miei genitori con tua figlia Annie.
Ti lascio il telefono ». E seguiva il numero.
Corse a chiamarla dal telefono pubblico della corsia. Il telefono squillò a lungo.
Finalmente rispose una voce rauca: «Qui Bar Happy, buona sera». Era il bar dove
aveva incontrato Lori, nove mesi prima. Jerry riattaccò adagio la cornetta. Lori gli aveva lasciato un numero di telefono falso.


Il trapianto
I parenti dicono che sia morto in pace, senza soffrire, senza i dolori atroci che gli
inutili medicamenti gli avrebbero causato. Dicono che sia morto addirittura con il
sorriso sulle labbra, in un ultimo guizzo di lucidità, dopo aver detto alla madre
«mamma, abbracciami» , ma chi lo sa se è vero, chi sa che cosa passa davvero nella
testa e nel corpo di un ragazzo di quindici anni che aveva chiesto al giudice di morire
e che all'alba di un sabato caldissimo, in Florida, ha visto il suo desiderio di morte
esaudito, nel silenzio della sua casa, tra le braccia della madre, questo sì, è vero.
Tutto quel che sappiamo è che la storia di Benito «Benny» Agrelo, il ragazzo che
aveva ottenuto dal tribunale il diritto di rifiutare i farmaci antirigetto e di morire in
pace, è finita bene, cioè male, come non poteva non finire. Il secondo fegato che i
chirurghi avevano trapiantato nel suo corpo un anno prima, dopo il fallimento del
primo trapianto, per rimpiazzare il fegato malato con il quale era venuto al mondo, è
stato distrutto anche quello dagli anticorpi e «Benny» è morto a Coral Gables, un
sobborgo di Miami sul mare.
Non poteva finire diversamente, perché la sua scelta di sospendere il trattamento
antirigetto non gli lasciava alcuna speranza di sopravvivenza. Lo sapeva «Benny», lo
sapevano i genitori, lo sapeva il giudice di contea quando decise di accettare la
richiesta del ragazzo, dopo quattro ore di colloquio privato con lui nella sua stanza
d'ospedale e lo autorizzò, nel nome della legge, a rifiutare ogni terapia.
Tutto quel che possiamo dire per certo è che la storia di Benny è una di quelle storie
che rifiutano ogni lieto fine, ogni facile morale, ogni conclusione di comodo. Come
migliaia di altre storie umane del nostro tempo, anche la sua si colloca in quella zona
crepuscolare e inesplorata che sta fra l' etica e la tecnologia, fra il dovere di vivere e il
diritto di scegliere e nella quale ogni verità comincia e finisce con gli individui.
La decisione di non prendere più medicine era stata, nel caso di Benny, di fatto
l'equivalente pratico di un suicidio ritardato. Il fegato con il quale era nato, quindici
anni fa, era incurabilmente malato e a otto anni aveva subìto il primo trapianto. Il
nuovo organo aveva retto per qualche anno, resistendo all'aggressione del rigetto solo
al prezzo di dosi sempre più forti di farmaci. Due anni or sono, quando Benny aveva
compiuto quattordici anni, i chirurghi e i genitori avevano preso la decisione di
tentare un altro trapianto. Ma l'esito era stato identico al primo: il corpo del ragazzo
aveva immediatamente aggredito l'organo estraneo e le dosi delle medicine antirigetto
si erano fatte sempre più forti.
Ma una differenza c'era e la differenza era Benny. Il bambino era divenuto un
ragazzo, e nell'ottobre del 1994 si era ribellato ai medici e ai genitori. Aveva spiegato
che quelle medicine antirigetto gli provocavano dolori tremendi alle ossa e alle
giunture, nausee squassanti, perenni e feroci mal di testa. Aveva chiesto ai medici se
quel calvario avesse una probabilità di finire, se dopo tutti i dolori, i tormenti e le
nausee ci fosse almeno la speranza di una vita quasi normale. Non c' era, gli fu detto.
Alla fine della tortura ci sarebbe stato sicuramente un altro trapianto, e un'altra dose
di farmaci antirigetto, e poi un altro trapianto e un'altra dose...
Basta, disse Benny, e quando i genitori scoprirono che nascondeva le pillole, che
aveva imparato a staccarsi gli aghi delle flebo, lo ricoverarono d'urgenza all'ospedale.
Fu allora che decise di fare un esposto al tribunale della contea di Coral Gables e di
chiedere il diritto legale di morire. A un' età nella quale avrebbe dovuto preoccuparsi
di ragazze, di scarpe, di musica, di pallone, di marinare la scuola, Benny studiava il
modo per marinare la vita.
Spiegò ai genitori increduli, straziati e ridotti sul lastrico dalle spese sanitarie (un
trapianto di fegato costa attorno agli 80 milioni di lire e nessuna assicurazione
copriva più la famiglia Agrelo) e poi al giudice Arthur Birkin che lo «confessò» per
quattro ore, che lui non chiedeva di morire, ma di vivere il tempo che gli sarebbe
rimasto come «un ragazzo normale». Disse che sognava di poter leggere un libro, e
guardare ancora una partita di baseball alla TV senza avere la vista confusa dal
continuo dolore alla testa. Di poter mangiare un hamburger senza doverlo vomitare.
Di poter abbracciare la madre senza sentire fitte lancinanti alle spalle.
Il giudice uscì dalla stanza d'ospedale con le lacrime agli occhi e con un'ordinanza
di cease and desist, di interrompere e abbandonare ogni cura medica. Era 1'11 giugno
del 1994 e la «vita normale» di Benny è durata quasi due mesi e mezzo. Settanta
giorni contro l'anno, forse i due, che la terapia antirigetto gli avrebbe forse dato.
È stato un baratto accettabile, questi settanta giorni senza dolore in cambio di una
morte sicura? È giusto che un ragazzo di quindici anni, poco più di un bambino,
possa determinare da solo come e quando morire? È ammissibile che i genitori siano
tagliati fuori da una decisione così enorme, così irreversibile? Rispondete come
volete, perché la nostra risposta conta niente.
La risposta che conta, quella di Benny, è venuta un sabato mattina, poco dopo l'
alba che sulla costa atlantica, piatta della Florida orientale sorge prestissimo dal mare.
La madre era accanto al suo letto, sulla poltrona dove ormai lei trascorreva gran parte
della giornata e della notte, per non perdere neppure un secondo di quel che le restava
con il figlio. Benny dormiva.
Si è svegliato con la luce del sole che entrava dalla finestra esposta a oriente, con le
tende aperte, come voleva lui, racconta il «Miami Herald», il giornale della città. Ha
aperto gli occhi. Ha guardato la madre. Ha detto «Momi, hug», mamma abbracciami,
ed è andato via, portandosi il mistero di che cosa spinga un uomo a combattere o
arrendersi, quando arriva davanti all'ultimo nemico.


LaVergine (16.10.01)
Tra la ragazza e la sua famiglia, le cose andavano a rotoli. Miryarn era una ragazza
ostinata, molto diversa dalle sue coetanee in quel villaggio di frontiera, solitaria,
scontrosa. Niente di davvero straordinario, ma per la sua famiglia, un po' provinciale,
molto all'antica e decisamente tradizionalista, Miryarn era un cruccio quotidiano. Non
aveva un amico né una vera amica. Non un boyfriend ne tanto meno un fidanzato e
non mostrava per i maschi alcun interesse. Passava di crisi mistica in crisi mistica e
mentre le altre ragazze cercavano un marito, lei cercava il Signore. La madre si
agitava, si inquietava, la interrogava, !a sondava e un giorno Miryam fece quello che
tante altre giovani donne della sua età e nella sua situazione avrebbero fatto. Ne ebbe
abbastanza e se ne andò di casa. Si diresse verso Oriente, verso la casa del sole. E per
non farsi più trovare dai suoi e dai parenti, si mise un ampio foulard di seta sulla
testa, per tenere sempre il volto in ombra e non farsi riconoscere da nessuno.
Ma il suo girovagare si fermò un giorno davanti a un uomo bellissimo, dalle forme
perfette, che le si era materializzato davanti, sicuramente, penso Miryam, qualche
falchettone venuto per tentarla o per molestare una ragazza sola. "Vai via da me - gli
gridò lei irritata e spaventata - io sto fuggendo dalla mia casa per cercare Dio e se
anche tu hai timore del Signore Dio Onnipotente, lasciami stare e vai per la tua
strada".
Il bellone, niente affatto smontato, le sorrise tranquillo. "Ma io sono proprio il
messaggero e il servo di quel Dio che tu cerchi e sono qui per darti un figlio".
Miryam era una mistica, non una cretina e le sue preoccupazioni aumentarono.
"Come sarebbe a dire un figlio? E chi ti vuole, a te? Io non sono mai stata toccata da
nessun uomo, ho passato tutta la mia vita in perfetta castità, come posso portare un
figlio in me?" Il fusto non si lasciò scoraggiare per così poco. "Tu non hai capito,
donna. Per il Signore tutto è facile e niente è impossibile. Tu sei stata scelta tra le
donne per dare un segno del Signore all'umanità. Così è stato decretato e tu non ci
puoi fare niente".
Miryam la vergine concepì dunque un figlio. E quando vide il suo ventre allargarsi
nella gravidanza, andò ancora più lontano, per nascondersi alla vista della gente che
chiacchierava, vagando senza meta fino a che le doglie del parto la colpirono e la
abbatterono.
Si accasciò sulla terra, accanto al tronco di una palma, piangendo per il dolore e
gridando: "Oh come vorrei morire qui, adesso, sulla polvere ed essere dimenticata da
tutti, dimenticata per sempre".
Ma una voce le parlò. “Miryam, Miryam, non ti abbattere e non piangere, il Signore
ha provveduto a te, guarda ai tuoi piedi, dove sgorga un ruscello di acqua fresca e
attorno a te, dove giacciono datteri maturi caduti dalla palma. Dissetati dalle acque
del ruscello e sfamati con i datteri dolci della palma".
E nella sua piccola oasi, all'ombra delle foglie di palma, Miryam diede alla luce un
bambino, lei che non aveva mai conosciuto uomo e la gente attorno a lei diceva
guardate, guardate, Miryam, la donna più casta e pura, ha dato alla luce un figlio.
I viandanti le si avvicinarono e le chiesero come avrebbero dovuto chiamare quel
bambino, ma lei non rispose. Miryam, o come diremmo noi Maria, indicò il figlio
senza parlare, puntando in silenzio il dito su di lui, e lui disse: "In verità vi dico, io
sono il servo di Dio al quale Dio ha dato il Libro per voi, io sono il Benedetto del
Signore e voi dovete rispettare mia madre, perché lei è giusta e io sono il figlio del
Giusto, e la pace del Signore è con me dal giorno in cui nacqui, sarà con me fino al
giorno in cui morirò e il giorno nel quale risorgerò da morte". Il suo nome, fu poi
detto alla gente, era Gesù. Raccontate nel Grande Libro la sua storia e la storia di
Maria.
(Dal Corano, versione in inglese, Sura XIX, pagina 188/189, Editore Ballantyne, New
York. Traduzione mia, senza pretese di precisione filologica).

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Il debutto letterario della giovane Laura M.
martedì, 4 aprile 2006, 18:15 - Prose spinose
2006
III Concorso Nazionale
Il Corto letterario e L'Illustrazione, associazione Culturale "Il Cavedio", Varese


Racconto a tema erotico entro 2600 batutte.
Racconto segnalato tra i primi 10.


DULCINEA


Vedi, mia cara D, non scriverò in spagnolo, ma tu capirai. In fondo devi solo ricordare.
Vorrei che tu ricordassi quel pomeriggio, quando ti ho scostato piano i capelli e la tua sciarpa sapeva di fumo e metropolitana mentre infilavo il naso tra il tuo lobo delicato e l’angolo preciso della mandibola.
Eri venuta a prendermi all’aeroporto da sola, il mio vecchio amico (ovvero tuo novello sposo) non c’era; si scusava: un impegno improvviso, sarebbe tornato presto.
Non c’eravamo più rivisti da quando lui aveva lasciato la Danimarca. Sapevo che la sua nuova vita l’aveva cambiato.
In anticamera ti ho chiesto di spogliarti e sederti a terra, parlavo in un castigliano stentato e tu l’hai fatto, per sfidarmi.
I nostri corpi vicini, indovinando i reciproci contorni, non si toccavano, solo le tue ciocche nere mi s’impigliavano alle ciglia: aprendo gli occhi ho detto che avrei desiderato ascoltarti godere, che mai avevo sentito modulare dei gemiti come i tuoi, volevo farteli sgorgare dalla gola. E riflesso nello specchio ho guardato il nostro incastro perfetto, la mia bocca sul tuo collo lungo, il tuo mento appoggiato alla mia spalla. Ti ho sdraiata su un fianco, ho percorso con la lingua il sentiero sconnesso delle tue vertebre, la curva dei tuoi lombi, e m’è sembrato di assaporare il gusto rosazzurro del tuo sangue un attimo prima di calare nella dolce fessura tra le tue natiche. Tra le tue gambe inquiete ti ho baciata. Spiavo la tua bocca semiaperta, il fremito delle tue narici. E ti sapevo spaventata. Allora ti ho dato tregua e ti ho assaggiato i seni, i capezzoli erano tesi come nervature di foglie giovani, ho sentito il loro gusto di fiori aciduli, di ninfea, di lago, l’ho mischiato nella bocca a quello dei tuoi umori.
Non avevo immaginato tu avessi dei seni così simili ai miei. Mentre tu non avresti mai potuto immaginare che i miei baci fossero tanto simili ai suoi. Ma io, amica, avevo avuto i suoi baci prima di te.
Prima di mettere te al centro del suo mondo, aveva messo la sua fronte sul mio grembo.

Talvolta ripenso all’esitazione brutale dei suoi occhi aperti sui miei, e insieme immagino gli spasmi di tenera azione del suo sesso nel tuo. Mentre galleggio verso casa rido della nostra tragedia mancata e della vostra commedia sbagliata. Della mia costanza ridicola, della tua incostante fedeltà.
E celebro il mio trionfo: rivedo il piacere scivolare dall’arco teso del tuo mento, rivedo me stessa mentre ti facevo mia, mentre facevo mia una cosa ch’era solo sua.
Lui resta il mio Amleto mancato, il tuo don Chisciotte disilluso. E io mi domando se questo sia l’epilogo.

Laura Merletti



Il mio amico Marco T m'ha scritto un commento più bello del racconto...posso riportarlo?

"Una scelta che mi piace molto è il soggetto, fatta secondo l'estetica della "rilettura del mito in chiave moderna". In questo caso di miti letterari. Un po' come l'Ulisse di Joyce... dopo Wagner era diventato di moda.
Già il mito è potente di per sè, quando poi viene "cortocircuitato" con la realtà quotidiana rileva ancora di più la sua forza nascosta. Poi tu lo stravolgi in una dimensione straniata.
Il tuo racconto mi ricorda un po' una canzone dei Genesis che parla di due moderni "Romeo e Giulietta" metropolitani (The Cimena Show).
Sai che mi è piaciuta molto l'immagine del "galleggiamento verso casa", mi ha fatto venire in mente due cose, il quadro di Millais (http://existirapenaslevemente.blogspot.com/2005/07/ofelia-por-millais.html)
e la canzone di Modugno...(e nella luce bianca
galleggiando se ne van
un cilindro
un fiore e un frack.)

Brava Lauretta, aspettiamo i prossimi."

Grazie Comunardi per l'appoggio alle mie pornofanie narrative!!!! :)

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